Covid-19 lascia il segno sulla mente in 1 caso su 3

Uno studio inglese conferma l’elevata frequenza di conseguenze neurologiche e psichiatriche nei reduci da Covid-19. Ansia e disturbi dell’umore le più diffuse.

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Un terzo delle persone che sono state colpite da Covid-19 hanno poi sviluppato problemi neurologici o psichiatrici entro i sei mesi dalla diagnosi secondo quanto riportato da uno studio pubblicato sulla rivista The Lancet Psychiatry. E più pesante era stata l’infezione, tanto da richiedere il ricovero, più numerosi si sono rivelati i disturbi susseguenti. «Date la dimensione della pandemia e la cronicità di molte delle diagnosi e le loro conseguenze è chiaro che occorrono interventi importanti sulla salute e d’ordine sociale – è quanto messo nero su bianco dai ricercatori dell’Università di Oxford: con riferimento a conseguenze che possono andare dall’ictus all’emorragia cerebrale, fino alla demenza -. I nostri dati forniscono importanti segnalazioni sulla natura e la dimensione dei servizi necessari».

IMPATTO SULLA MENTE MAGGIORE PER CHI VIENE RICOVERATO

I ricercatori hanno attinto al database elettronico internazionale dedicato alla salute (Ehr), identificando 236.379 persone ammalatesi di Covid-19 tra il 20 gennaio e il 13 dicembre 2020 (tutte vive, fino a quella data). Questo campione comprendeva 190.077 pazienti che non avevano richiesto l’ospedalizzazione e 46.302 che invece erano stati ricoverati (tra questi 8.945 avevano affrontato un periodo di degenza in terapia intensiva). Come gruppo di controllo gli studiosi hanno scelto, dal medesimo database, pazienti che avevano avuto l’influenza o altre infezioni respiratorie sempre nello stesso periodo di tempo. Passo successivo: i ricercatori hanno indagato se nei 180 giorni successivi alla diagnosi di Covid-19 si era verificato uno o più dei seguenti eventi neuropsichiatrici: emorragia cerebrale, ictus ischemicoParkinsonsindrome Guillain-Barré, disordini nervosi e del plesso, disordini neuromuscolari, encefalite, demenza, disordini psicotici, disturbi dell’umore, ansia, uso di sostanze stupefacenti e insonnia.

IMPATTO MAGGIORE PER CHI HA SUPERATO IL RICOVERO IN TERAPIA INTENSIVA

Risultati: il 33.62 per cento (dato medio) dei pazienti colpiti da Covid-19 ha ricevuto una delle suddette diagnosi entro i 6 mesi dall’inizio della malattia. Una quota più alta (38.73 per cento) è stata riscontrata tra quanti avevano avuto bisogno del ricovero in un reparto ordinario. Incidenza ancora più alta invece tra coloro che avevano avuto bisogno di cure intensive. I livelli di questi seguiti neuropsichiatrici sono apparsi più elevati nei pazienti del Covid-19 in confronto col gruppo di controllo malato di influenza o di infezione del tratto respiratorio. Due malattie si sono mostrate l’eccezione: il Parkinson e la sindrome di Guillain-Barré che si sono rivelati presenti con la stessa frequenza nel caso del Covid-19 e dell’influenza.

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ANSIA E DISTURBI DELL’UMORE LE CONSEGUENZE MAGGIORMENTE DIFFUSE

Tra tutti i disturbi neuropsichiatrici il più comune è stato l’ansia (comparsa nel 17.39 per cento dei malati di Covid), seguita dai disturbi dell’umore (13.66 per cento). Mentre l’uso di sostanze si è assestato al 6.58 per cento. Infine i disturbi psicotici, manifestatisi nell’1.4 per cento dei pazienti Covid). Lo studio consolida un’evidenza emersa fin dai primi mesi di pandemia, quando alcuni studiosi iniziarono a parlare di «NeuroCovid» per indicare le implicazioni neurologiche e psichiatriche rilevabili sia durante l’infezione da coronavirus sia dopo la fase acuta.

NEUROCOVID-19

Il Coronavirus non dà solo crisi respiratorie, ma può colpire altri organi: tra cui il cervello. I sintomi neuropsichiatrici, se non valutati, possono trascinarsi anche per diversi anni. «Ci sono tamponi che risultano negativi perché il virus ha attaccato un organo diverso dal respiratorio», spiega Stefano Pallanti, associato di psichiatria all’Università di Firenze e docente di psichiatria e scienze del comportamento alla Stanford University. «Dai primi studi fatti in Cina si è visto che i sintomi neuropsichiatrici sono molto frequenti e, nell’80 per cento dei casi, si associano anche sintomi psicosensoriali, come la perdita dell’olfatto e del gusto. Ma si sono verificati anche ictusepilessieepisodi confusionali acuti». Da qui la definizione di «Neurocovid», da non confondere con lo stress psicosociale per i timori del contagio e il forzato isolamento.

«Del resto, lo sapevamo già sin dal 1889, quando si appurò che i virus Orthomyxoviridae, famiglia cui appartengono il Covid e la Sars del 2003, dopo aver provocato epidemie respiratorie, avevano lasciato un seguito di encefaliti – rimarca l’esperto -. Ma, evidentemente, ce ne eravamo dimenticati.

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Alla Washington University è in corso da maggio uno studio secondo il quale la cura post-Covid va reimpostata, onde evitare il rischio di ripetere ciò che è successo con la Sars nel 2002-2004. Insomma il Covid è molto più complesso rispetto a quanto chiarito finora e il cervello è un bersaglio più nascosto, ma non dei minori. Ecco svelato cos’è il «Neurocovid».

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Fonti: 6-month neurological and psychiatric outcomes in 236 379 survivors of COVID-19: a retrospective cohort study using electronic health records, The Lancet Psychiatry | Neurocovid-19: A clinical neuroscience-based approach to reduce SARS-CoV-2 related mental health sequelae, Journal of Psychiatric Research

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